giovedì 21 giugno 2012

Apre la Fondazione Bisazza per il Design e l'Architettura Contemporanea

Apre la Fondazione Bisazza per il Design e l'Architettura Contemporanea
Guido Faggion

ISSN 1127-4883 BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 20 Giugno 2012, n. 652
http://www.bta.it/txt/a0/06/bta00652.html
 

L'8 giugno ha aperto al pubblico la nuova Fondazione Bisazza per il Design e l'Architettura Contemporanea a Montecchio Maggiore, nei pressi di Vicenza.
L'istituzione culturale nasce come spazio espositivo  per raccogliere opere ed istallazioni di designer e architetti contemporanei che, nel corso degli ultimi vent'anni, hanno pensato ad applicazioni inedite del mosaico per l'azienda Bisazza, leader mondiale del mosaico in vetro. Un progetto di museo e istituzione privata dal respiro internazionale che intende promuovere l'architettura e il design. Per il suo esordio la fondazione presenta la propria collezione permanente e ospita la mostra “John Pawson - Plain Space” dedicata al lavoro del designer inglese, conosciuto per il suo approccio minimalista al design e all'architettura.
La Fondazione Bisazza ha sede negli storici stabilimenti dell'azienda Bisazza, un classico esempio di eccellenza italiana nel mondo che opera nel campo del mosaico in vetro. Oggi Bisazza è uno dei brand di lusso più autorevoli nell'ambito del design e leader mondiale nella produzione del mosaico in vetro per la decorazione di interni ed esterni. Fondata nel 1956 da Renato Bisazza, ingegnere con la passione per il vetro di Murano che, dopo un'esperienza nel campo dell'artigiatato e del mosaico, intuisce le potenzialità del settore e trasforma la produzione del mosaico dalla scala artigianale a quella industriale. La fortunata intuizione, anche grazie al boom economico degli anni Sessanta, porta a far conoscere l'azienda anche all'estero e iniziano le prime importanti commesse per il rivestimento di interi palazzi in Italia, Francia e Giappone. Negli anni Settanta l'azienda affina la tecnica di produzione del mosaico, ma la svolta importante sarà poi negli anni Ottanta quando viene introdotta la figura del direttore artistico che inserisce l'uso del mosaico decorativo nel design. Una scelta innovativa che ha affidato la direzione artistica dell'azienda a designer, architetti e aritsti come Alessandro Mendini, Fabio Novembre, Ettore Sottsass, Jaime Hayon, Marcel Wanders, Sandro Chia, Mimmo Paladino, Studio Job, Patricia Urquiola, Tord Boontje.
Inizia da Mendini il primo nucleo di opere che andranno nel tempo a costituire la collezione permanente dell'azienda. Uno spirito che ha portato come naturale conseguenza all’istituzione della Fondazione Bisazza che negli oltre 6000 metri quadrati di spazio industriale, riqualificato dall’architetto Carlo Dal Bianco, ospita la sua collezione permanente e in 1000 metri quadrati ospita esposizioni temporanee. Non necessariamente legata al mosaico, la nuova fondazione, interamente finanziata dalla generosità dell'azienda Bisazza, si affaccia nel panorama nazionale con l'intento di interagire con prestigiose istituzioni internazionali ed offrire una proposta culturale di livello legata al design e all’architettura.
In un momento non esattamente felice dal punto di vista economico, sorprende sempre l'affacciarsi di nuove istituzioni culturali, tanto meglio private, in un nordest fortemente caratterizzato dallo sviluppo industriale, quasi incontrollato, molto spesso visto carente di valori culturali e schiavo del “Dio Denaro”. Ma quali motivi hanno spinto un'azienda ad investire nella cultura con il proprio know how, lontano dai grandi asset nazionali della cultura ? Sicuramente il tutto è riconducidbile ad una propensione al fare cultura come momento di sviluppo aziendale e di crescita comune del territorio. La famiglia Bisazza aveva da tempo nel cuore la creazione di questo progetto sapendo bene  come la ricerca e la cultura possano diventare  uno stimolo anche economico, dell'azienda e del territorio. 

Una scelta che si allontana dai grandi flussi turistici e culturali nazionali per scegliere una città di provincia con un progetto dal valore sicuramente internazionale che si rivelerà una scelta vincente.
Una scelta che lega l’istituzione alla sede storica degli stabilimenti Bisazza senza snaturare la nuova istituzione dal suo contesto, dando così senso e consenso all’istituzione e allo stabilimento in un rapporto simbiotico.
Una scelta che preavvisa il fiorire di nuove iniziative culturali nella città di Vicenza anche grazie al recupero della Basilica Palladiana e alla sua trasformazione in spazio espositivo che già da quest’anno ospiterà importanti mostre, nonché alla realizzazione del Museo del Palladio.
Una scelta per nulla insensata che si inserisce in un territorio e nella città di Vicenza, patrimonio dell'Unesco, che racchiude mille tesori che recano la firma del grandioso architetto Andrea Palladio, inestimabili tesori di architettura che ben potranno dialogare con le proposte culturali della fondazione.

Una nuova realtà è nata nel panorama culturale italiano che indaga la ricerca legata all’architettura e al design, che ha saputo investire sul proprio capitale aziendale e patrimonio concreto: la creatività.


John Pawson - Plain Space

Per l'inaugurazione del proprio centro espositivo temporaneo la Fondazione Bisazza presenta per la prima volta in Italia la mostra che ripercorre la carriera dell'architetto e designer inglese, proveniente dal Design Museum di Londra.
La mostra, “John Pawson - Plain Space”, si compone di tre sezioni. La prima sezione raccoglie una selezione di gigantografie di alcuni dei lavori più significativi di John Pawson, quali il Sackler Crossing a Londra e il Monastero Cistercense di Novy Dvur nella Repubblica Ceca. Una panoramica completa e esaustiva sui progetti di John Pawson dagli anni Ottanta ad oggi, attraverso bozzetti, prototipi e oggetti personali provenienti dai suoi archivi e disposti su due lunghi tavoli paralleli di sedici metri ciascuno. La seconda sezione è composta da video dedicati ai suoi maggiori progetti tra cui anche la scenografia per la Royal Opera House di Londra nel 2006. La terza ed ultima sezione presenta l’installazione “1:1” (“One to One”), l'opera site-specific disegnata da Pawson per la Fondazione Bisazza che andrà ad arricchire la collezione permanente.
1:1 è una struttura di forma ovale di grandi dimensioni rivestita completamente da migliaia di piccole tessere di mosaico di vetro componendo uno spazio fisico e mentale dove fermarsi e meditare, illuminati da un fascio di luce che penetra da una fessura netta nel soffito.
Con questa opera Pawson si è confrontato per la prima volta con il mosaico attingendo alla tradizione storica del mosaico: piastrelle di colori in gradazione creano sfumature di luce e ombra utilizzando il bianco in tutte le sue varianti, cambiando la percezione visiva di uno spazio tridimensionale. Uno spazio che i visitatori possono godere per la semplice percezione della luce e delle proporzioni. Pawson basa il suo lavoro sull'assunto che il primo legame che si instaura con un'opera o una mostra è di carattere emozionale e quindi dovrebbe essere in grado di suscitare dei forti sentimenti. Come conseguenza di questa autentica esperienza, i visitatori dovrebbero poter uscire dallo spazio espositivo con una più chiara comprensione dei temi che hanno motivato e strutturato il lavoro di Pawson negli ultimi trent'anni.




Fondazione Bisazza
Viale Milano, 56
36075 Montecchio, Vicenza
http://www.fondazionebisazza.it

John Pawson - Plain Space
8 Giugno – 29 Luglio 2012
mercoledì – domenica, ore 11-18
Ingresso gratuito          

Comitato Direttivo Fondazione Bisazza
Presidente: Piero Bisazza
Vicepresidente: Rossella Bisazza
Direttore esecutivo: Maria Cristina Didero

Advisory Board Fondazione Bisazza

Alessandro Mendini – Architetto e Designer
Alexander von Vegesack - Chairman di Vitra Design Museum
Hervé Chandès – Direttore della Fondation Cartier pour l'Art Contemporain
Guta Moura Guedes – Direttrice di Experimenta Design
Stefano Casciani – Direttore/Editore Disegno: la nuova cultura industriale




Fondazione Bisazza, Entrata
Fig. 1
Fondazione Bisazza, Entrata
Foto Alberto Ferrero
Fondazione Bisazza, Patio
Fig. 2
Fondazione Bisazza, Patio
Foto Ottavio Tomasini
Fondazione Bisazza, Patio
Fig. 3
Fondazione Bisazza, Patio
Foto Andrea Resmini
Alessandro Mendini, Mobili per Uomo
Fig. 4
ALESSANDRO MENDINI, Mobili per Uomo, 1997-2008
Foto Ottavio Tomasini
Poltrona di Proust Monumentale
Fig. 5
ALESSANDRO MENDINI, Poltrona di Proust Monumentale, 2005
Foto Alberto Ferrero
Ettore Sottsass, Ritrovati frammenti di Mosaico
Fig. 6
ETTORE SOTTSASS, Ritrovati frammenti di Mosaico, 2005-2006
Foto Ottavio Tomasini
Jet Set
Fig. 7
JAIME HAYON, Jet Set, 2008
Foto Ottavio Tomasini
Pixel Ballet
Fig. 8
JAIME HAYON, Pixel Ballet, 2007
Foto Alberto Ferrero
Bisazza Motel
Fig. 9
MARCEL WANDERS, Bisazza Motel, 2004
Foto Alberto Ferrero
Bagnanti intelligenti e Divano a Mare
Fig. 10
SANDRO CHIA, Bagnanti intelligenti, (2002) e Divano a mare (2003)
Foto Ottavio Tomasini
Buon Viaggio e Buona Fortuna
Fig. 11
MIMMO PALADINO, Buon Viaggio e Buona Fortuna, 2006
Foto Ottavio Tomasini
Silver Ware
Fig. 12
STUDIO JOB, Silver Ware, 2007
Foto Alberto Ferrero
By Side
Fig. 13
PATRICIA URQUIOLA, By Side, 2006
Foto Alberto Ferrero
Love Over All
Fig. 14
FABIO NOVEMBRE, Love Over All, 2003
Foto Ottavio Tomasini

Foto cortesia della Fondazione Bisazza

venerdì 12 agosto 2011

E noi per che cosa viviamo?

A study Salvador Dalí drew for a dream sequence in Alfred Hitchcock’s “Spellbound” (1944)


Nimit prese la tazza di caffè nella mano, ne bevve un sorso, poi tornò a posarla sul piattino, attento a non fare rumore.

- Una volta (il mio capo) mi parlò degli orsi polari. Di quali creature solitarie essi siano. Non si accoppiano che una volta all'anno. Una volta sola in un anno! Nel loro mondo non esistono relazioni, diciamo così, matrimoniali. Su quelle grandi distese ghiacciate due orsi, un maschio e una femmina, si incontrano per caso e li avviene l'accoppiamento. Non si va tanto per le lunghe. Una volta consumato l'atto, il maschio si allontana di corsa dalla femmina come se fosse arrabbiato, e fugge via dal luogo dell'accoppiamento. Scappa via a tutta velocità, e non si volta mai indietro. Dopodiché trascorrerà un anno in totale solitudine. Non esiste nessun rapporto di comunicazione, o di scambio. Nessun contatto di spirito. Questa è la storia degli orsi polari. Almeno secondo quanto mi raccontò il mio capo.

- Beh, è certamente una storia singolare, - commentò Satsuki.

- Si, una storia davvero singolare, - ripetè Nimit con un'espressione molto seia. - Quando la sentii, gli chiesi: "Allora, per che cosa vivono gli orsi polari?". A quella domanda, un sorriso divertito apparve sulsuo volto, e infine disse: "E noi, Nimit, noi per che cosa viviamo?".

(Tratto da Murakami Haruki, Tutti i figli di Dio danzano, Einaudi, Torino, 2005. Traduzione dal giapponese di Giorgio Amitrano)



giovedì 8 luglio 2010

Morto e il giorno dopo condannato

Il 18 giugno muore José Saramago poeta, giornalista e drammaturgo portoghese, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1998.
Si è detto molto di questo scrittore, amato o odiato, con uno stile, uno scrivere che è come un flusso d’amore, che dal cervello nasce, nel cuore si forma, nella gola scoppia, e in pianto è sulla sua carta. Un personaggio scomodo, in esilio nelle Canarie per i suoi pensieri e scritti, per il suo essere ateo, comunista, visionario ed "eretico". Si staccò dal governo del suo paese nel 1991 quando pubblicò "Il Vangelo secondo Gesù", scatenando una grande polemica.

All'indomani della morte, arriva la sentenza di perdono e di carità cristiana! L'Osservatore Romano, invece, postula «un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all'ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell'evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell'inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle "purghe", dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi». E poi ancora, «per quel che riguardava la religione, uncinata com'è stata sempre la sua mente da una destabilizzante banalizzazione del sacro e da un materialismo libertario che quanto più avanzava negli anni tanto più si radicalizzava. Saramago non si fece mai mancare il sostegno di uno sconfortante semplicismo teologico: se Dio è all'origine di tutto, Lui è la causa di ogni effetto e l'effetto di ogni causa». In conclusione, «un populista estremistico come lui, che si era fatto carico del perché‚ del male nel mondo, avrebbe dovuto anzitutto investire del problema tutte le storte strutture umane, da storico-politiche a socio-economiche, invece di saltare al peraltro aborrito piano metafisico e incolpare, fin troppo comodamente e a parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto, per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua onniveggenza». L'Avvenire, poi, a firma del commentatore Fulvio Panzeri, aggiunge: “Saramago è stato uno scrittore notevolmente sopravvalutato in maniera esagerata in Italia, uno di quegli scrittori che, per essere al centro dell’attenzione mediatica e per distogliere il giudizio dalla poco rilevante qualità delle loro opere, amano mettersi al centro dell’attenzione attraverso polemiche e attacchi mediatici, vincitore di un premio Nobel nel 1998 più per le sue controverse posizioni che per l’effettiva grandezza della sua opera. Con i suoi romanzi lo scrittore ha voluto soprattutto condurre una personale e blasfema campagna contro la tradizione cristiana e cattolica, prendendosi per esempio la libertà ampia e audace di descrivere Gesù come una persona normale, oppure raccontando i miracoli senza inventiva e senza fede. Le sue sono state solo parole, spesso brutte parole, senza storia”.

Sono proprio i suoi saggi a tema religioso a colpire con sdegno le ire della Chiesa, la sua rilettura “apocrifa” del Vangelo mostra una figura troppo umana e poco la divinità che ci hanno insegnato ad amare e idolatrare. O come uno degli ultimi suoi saggi che deriva dalla rilettura dell'Antico testamento, Caino.
Il Gesù di Saramago è una persona reale con proprie vicende umane, emozioni, amori, passioni e colpe. Un romanzo che lascia poco spazio alla Passione, e molti più all'infanzia svelandone verità storiche da sempre distorte, dimenticate o nascoste dal Vangelo canonico. Con Gesù uomo, con un Dio che illude, che allo stesso tempo ama e odia gli uomini, con un Diavolo compassionevole, con Maria Maddalena amante del Cristo. Insomma, Saramago scrive di un uomo normale, che ama di un amore divino.

In un'intervista Saramago ebbe a dichiarare che: “la religione e la trascendenza sono temi con i quali hanno a che fare tutte le persone, non sono riservati solo ad alcuni, e dunque io come scrittore, occupandomi della vita delle persone, mi occupo a mia volta di questi temi che hanno a che fare con la dimensione del trascendente. D’altra parte, per quanto i miei rapporti con la religione siano, come dire, di osservatore non credente, non posso negare di avere una mentalità cristiana, non certo animista, né islamista, né buddista, né quella di nessun’altra religione. Mentalmente io sono un cristiano, la mia è una mentalità cristiana, e dunque a questo titolo credo di potermi e dovermi occupare, come scrittore, di temi che apparentemente non dovrebbero riguardarmi ma che, dal punto di vista in cui di volta in volta mi pongo, sono tanto miei quanto di Giovanni Paolo II”.

La Chiesa ci ha insegnato ad accettare e credere in un Dio fattosi uomo, ma rimasto divino. Ci ha chiesto la fede incondizionata in un disegno superiore di cui noi siamo parte. Ci ha insegnato un Dio fatto uomo con un destino e un fardello speso per la nostra salvezza, verso cui siamo debitori di un credito inestinguibile. Ci ha insegnato la sua divina compassione per noi che siamo il gregge, la sua missione di salvezza dell'umanità. In questo dobbiamo credere e aver fede.
Ma la fede è cieca, incondizionata (per chi ce l'ha, ed è giusto così) e niente dovrebbe scalfirla. La cultura e la razionalità continuano a destare preoccupazione nella chiesa che ha sempre cercato di soffocare, canonizzare. Alla chiesa importa l'idolo western e non accetta, accetterà, mai la carnalità pasoliniana del nostro cristo, il marito di una prostituta, il bestemmiatore del sistema, lo stratega che infiltra il virus della fede, il decostruttore dei dogmi, il leader conquistatore che sposa tutte le altre ragioni, il matematico che mette sé stesso come base utile a qualsiasi calcolo, il distruttore delle nicchie.
Chi crede deve accettare quello che la chiesa insegna e siamo liberissimi di far parte o meno di questo disegno.
Il Vaticano accusa il Nobel di blasfemia e di banalizzazione del sacro, di ideologie anti religiose. Quanto accanimento.
Ma Saramago non ha bisogno di essere difeso, le sue opere sono scolpite nella cultura illuminista di questo secolo e niente potrà scalfirle
Insomma, muore José Saramago, l'uomo che scrisse degli uomini, che seppe con le sue opere indurre le persone all'uso della ragione e al confronto. Che insegnò di nuovo la fede e che con il suo essere contrario ha evangelizzato e salvato chi in lui ha visto una luce di salvezza.



morland

Morland, "Morto e il giorno dopo condannato", CircÓs, 7/07/2010
http://www.theprimate.it/index.php?apri=CircosArticle&primateID=110

venerdì 25 giugno 2010

Caravaggio, I Am




Caravaggio violento, assassino e geniale protagonista di una vita tormentata nel principio del Seicento. Una leggenda creata ad arte dai biografi a cui però il materiale non ebbe mai a mancare.
Quest'anno si celebrano i quattrocento anni dalla morte di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio (1571–1610), con importanti esposizioni, prime tra tutte la mostra alle Scuderie del Quirinale che raccoglie a sé un nucleo di circa trenta opere attribuite al genio di questo importante artista, e altre di confronto.
Orde di visitatori, pellegrini, richiamati dal centenario e dagli eventi realizzati in sua memoria, si prestano a celebrare la sua importanza. Alle Scuderie del Quirinale la mostra ha registrato un record assoluto di visitatori: 580mila visitatori totali dei quali in media 5.150 ogni giorno durante i 4 mesi. Un centenario che, con un “Comitato Nazionale per le celebrazioni del IV centenario della morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610)“, diventa l'occasione per ridefinire, attraverso iniziative di alto livello scientifico, il reale profilo umano ed artistico del maestro lombardo e per offrire momenti di approfondimento e di riflessione sulla sua straordinaria produzione pittorica.

E mentre si celebra il celeberrimus pictor, il grande maestro, il giovane apprendista che arrivò a Roma dalla Lombardia per diventare uno dei più alti moniti della storia dell'arte, capace di inventarsi per la luce una nuova funzione strutturale e un equilibrio spaziale del tutto nuovo e geniale, il Comitato nazionale per la valorizzazione dei Beni storici culturali e ambientali annuncia il ritrovamento delle sue ossa nel cimitero di Porto Ercole, grazie al lavoro di una equipe di esperti e necroscienziati.

Sulle tracce dei resti di Caravaggio come sul set di C.S.I.: esami al carbonio, del Dna, dei resti in tombe comuni. Tutto per verificare la presenza dei resti del grande maestro a Porto Ercole, dove le fonti fino ad oggi più accreditate sostengono che l’artista sia morto nel luglio 1610.

All'85%, si è certi di aver ritrovato i resti del Caravaggio. Il carbonio 14 ha permesso una prima datazione dei reperti e la selezione di quelli che risalivano al periodo della sua morte. Successive analisi sull'età e sul sesso hanno escluso quelli appartenenti a donne e bambini. Infine, l'analisi del Dna confrontato con quello dei discendenti della famiglia Merisi.

E le possibili cause della morte? Analisi chimiche e microbiologiche per appurare la presenza del piombo e la morte per saturnismo, elemento presente in grandi quantità nei colori. E poi, la sifilide che potrebbe aver contratto per la vita sfrenata e disinibita condotta a Roma. O la brucellosi, o la morte per malaria. Insomma, il giallo è sempre più denso e fitto di sorprese.

Per l'85%, le ossa ritrovate sono di Caravaggio ma non si è ancora nelle condizioni di arrivare a delle conclusioni.
Grazie al fiorire degli studi, le vicende biografiche di Caravaggio sono state per una buona parte ricostruite alimentando stereotipi, miti e leggende che quasi sminuiscono la sua complessa personalità e immagine. Molto è stato detto e scritto e molto se ne dirà ancora, di vero di falso o verosimile; ma di certo, grandi restano le sue opere che affermano il significato oggettivo di nuovi contenuti e forme, di una pittura di rinnovamento stretta alle cose reali nata dall'osservazione della folle realtà.

Seppur famoso e ammirato in vita, anche rifiutato e scomodo, fu quasi dimenticato nei secoli successivi alla sua morte per poi esser riconosciuto per la sua importanza nel XX secolo proprio come precursore e anello mancante per lo sviluppo dell'arte moderna.
Storici, biografi e critici sono in fermento per scoprire la realtà, come se questa potesse contribuire a convalidare la fama di un genio. Noi, da semplici spettatori, preferiamo invece ammirarne abbacinati le opere, e perderci nella meraviglia estatica che solo pochi poterono creare con il colore, le forme, i contenuti.
Sebbene la verità sia ancora lontana dall'essere svelata, il gossip quasi ne offusca l'importanza. Nuove scoperte del critico Vinceti e della sua scuola inducono a ritrattare la figura di Caravaggio, i motivi della sua morte e la storia. Caravaggio fu grande interprete del suo tempo e, allo stesso modo, figura smisurata rispetto al suo tempo. Irregolare, scomodo, eretico, geniale, irruento, controcorrente, una vita torturata e intrepida conclusasi in modo reale. Reale, forse semplice, forse tragica, forse sul litorale del mare. L'epoca classica dell'arte è chiusa, portando la luce di un nuovo rinnovamento.



Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Matteo e l'angelo, 1602 (fotomontaggio, a sinistra la prima versione rifiutata e andata distrutta - già Berlino, Kaiser Friedrich Museum - mentre a destra la versione ufficiale - Roma, San Luigi dei Francesi, cappella Contarelli).
Il cardinale Contarelli commissionò a Caravaggio l'opera per decorare la cappella presso la Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.
La prima versione dell'opera fu rifiutata dalla congregazione perchè troppo "forte", dato che non si poteva accettare di vedere in primo piano i piedi del santo proiettati rozzamente verso i fedeli mentre sembrava che l'angelo stesse li ad aiutarlo a leggere. L'opera fu subito acquistata da Vincenzo Giustiniani.
La versione ufficiale rivisitata vede il santo e l'angelo posti su di un piano rialzato (in bassso si vede lo sgabello in bilico che esce dalla scena) con il santo che ha perso le sembianze di un rozzo contadino per diventare un vecchio saggio mentre l'angelo giunge dall'alto mostrando il gesto ispirato alla retorica.


Guido Faggion, "Caravaggio, I Am", CircÓs, 25/06/2010
http://www.theprimate.it/index.php?apri=CircosArticle&primateID=105

venerdì 18 giugno 2010

MAXXI boa argentato a Roma

L'offerta culturale e museale nazionale si è recentemente arricchita con il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, di Roma aperto ufficialmente lo scorso 30 maggio.

Una kermesse di tre giorni inaugurali, 1000 giornalisti e addetti ai lavori da tutto il mondo, 7500 ospiti all'opening, oltre 15000 presenze il giorno di apertura dei cancelli al pubblico e oltre 25000 nei giorni a seguire.

Dopo dieci anni di lavori, ha preso vita la prima istituzione museale nazionale dedicata interamente all'arte contemporanea e alle nuove forme espressive del nostro secolo.
Disegnato da Zaha Hadid, il MAXXI è una forma architetturale moderna che si innesta perfettamente con l'edilizia storica. Una forma ondulare di cemento a vista e scale nere illuminate internamente che sviluppa un percorso a incastri. Un'architettura antropomorfa composita di flussi. Un armonioso scorrere fluido di vuoti e trasparenze.
Il flusso modulare del MAXXI si interseca al seppur criticato percorso espositivo proposto dal nuovo museo che si completa e conclude nella veduta al secondo piano.
Spazio, volumi, percorsi, flussi, luce e trasparenze da colmare e vivere.
Il MAXXI è concepito come un edificio in cui, a livello di progetto, domina la potenza delle linee, con una grande varietà e ricchezza di spazi per accogliere arti diverse, per essere un luogo d'incontro, vivo.
Un'architettura forte e di impatto che avvolge lo spettatore e che ha anche suscitato qualche perplessità sulla fruizione e allestimento delle opere. Il museo non è solo uno spazio dove allestire opere bidimensionali o da appendere.
Oggi il museo è uno spazio da vivere come le piazze, nei suoi scorci e spazi, nei flussi, nelle sale.
Oggi il museo diventa un ambiente vissuto dalle persone a livello di comunità per discutere, confrontarsi, relazionarsi e non è più solo dedicato all'esposizione a all'ammirazione estetica.
Una critica, quella dell'allestimento museale in strutture dal forte impatto, che oggi non ha più senso dato che il contenitore, l'architettura e lo spazio sono dimensioni ed elementi che si mescolano con le opere esposte. Già l'architetto Frank Lloyd Wright con la sua celebre rampa a spirale per il Solomon R.Guggenheim di New York “suddivise lo spazio del suo museo in alcove simili a studi d'artista nelle quali i dipinti dovevano essere lasciati a terra, appoggiati alla parete perimetrale inclinata, come se si trovassero su di un cavalletto, illuminati dalla luce zenitale proveniente dall'esterno”.
Il museo moderno è modulare, si reinventa, permette ai curatori e agli artisti di confrontarsi con modalità di rappresentazione sempre nuove creando esperienze e fruizioni uniche. Il museo contenitore/mausoleo si trasforma in un'arena che stimola nuove forme di allestimento e di rappresentazione, capace di reinventare gli spazi, il godimento e l'esperienza.

Un successo di pubblico preannunciato già lo scorso novembre quando lo spazio vuoto del museo si è riempito con l'installazione di danza pensata da Sasha Waltz, omaggio ai flussi e percorsi del nuovo museo. Lo è ancora di più oggi, con le prime mostre ed eventi organizzati dal MAXXI, incoraggiando la partecipazione attiva dello spettatore e l'interazione. Dalle collezioni di arte e architettura, le opere di importanti artisti internazionali come Alighero Boetti, Anish Kapoor, William Keintidge, Sol Levitt, Giuseppe Penone, Grazia Toderi, Francesco Vezzoli dialogano con installazioni site specific di dieci studi di architettura. Le mostre omaggio a Fabio Mauri, Gino De Dominicis, Luigi Moretti, Kutlung Ataman. Mentre sono in cantiere le future mostre e collaborazioni con importanti istituzioni internazionali.


Il MAXXI ha iniziato il suo cammino per essere non solo sede espositiva di opere d'arte del nostro secolo, ma anche interlocutore internazionale dei linguaggi espressivi e laboratorio di sperimentazione artistica; crocevia delle diverse forme di espressività, produttività e creazione.
Come giustamente hanno ribadito i giovani curatori del museo, il MAXXI è paragonabile al web, è uno spazio libero, dai molti ascessi e multidisciplinare, capace di dare la possibilità allo spettatore di crearsi un proprio percorso, di esaltare l'interdisciplinarità, le visioni multiple e la partecipazione.
Il boa argentato, così è già stato soprannominato, è il nuovo spazio nazionale delle arti del nostro secolo, uno spazio da colmare e vivere, che scavalca il presente e cavalca il futuro.

Guido Faggion, "MAXXI boa argentato a Roma", CircÓs, 17/06/2010
http://www.theprimate.it/index.php?apri=CircosArticle&primateID=103


giovedì 11 febbraio 2010

Le nuove relazioni d'amore, tra web e genetica.


Ognuno appartiene a tutti. È la visione di una società evoluta apocalittica e utopistica descritta ne Il Nuovo Mondodi Aldous Huxley nel 1932. Umanità libera da preoccupazioni, sana, tecnologicamente avanzata, senza povertà e guerre in un perenne status di felicità indotta, relazioni familiari senza vincoli, ri/produzione in serie extrauterina prestabilita e pianificata.

Certo si tratta di una visione-illusione del futuro in cui le tendenze sociali sono portate agli estremi, una rappresentazione fittizia della società, anticipatrice al tempo ma molto vicina alla realtà di oggi.
La società del Nuovo Mondo sacrifica le cose che generalmente si considerano importanti come la famiglia, l'amore, la diversità culturale. L'arte, la religione, la letteratura, la filosofia e la scienza.
Siamo prossimi a questa mutazione genetica-societaria-tecnologica o rimane pur sempre una visione utopica e critica, il monito di quello che ci aspetta?

I grandi scrittori spesso hanno intuito grandi dilemmi, ma come l'innovazione tecnologica, partendo da una scoperta o da una necessità, trasforma la realtà incorporandola di nuovi significati e relazioni? Oggi parlando di eros, della sfera emotiva e relazionale, intima - viene da chiedersi - quanto il web e la tecnologia condiziona questo ingranaggio?

Lo sviluppo esponenziale delle nuove tecnologie ha determinato una modificazione degli stili di vita e dei comportamenti individuali, influenzando le scelte soggettive e della collettività. Il rapporto simbiotico con la protesi tecnologica condizionerà anche le relazioni fra i sessi, attraverso rapporti virtuali, manipolazioni farmacologiche e ingegneria genetica. Sostanze chimiche per eccitarsi o per calmarsi, molecole per dormire, per avere rapporti sessuali, per ricordare o per dimenticare.
Condizionamenti e modifiche sulla nozione di Tempo e rapporti “tattili“ con le informazioni ed i suoi media-strumenti tecnologici.
La macchina diventa una nuova estensione vocale, vicino e lontano si intersecano. La tastiera espande il corpo, e si introducono nuovi modelli di comunicazione. Scena, dimostrazione e voyeurismo, si usa la tecnologia per mostrare o dimostrare le proprie emozioni, eccitandole in almeno tre regimi elettrici, del corpo, della fibra del conduttore e sul plasma piatto della consultazione terminale.

Internet è diventata la seconda risorsa per incontri e relazioni affettive, dopo il luogo del lavoro, che è in prossimità di subire il sorpasso, verrà doppiato, poi proiettato sulle orbite della remote-productivity, poi polverizzato nel domini subatomici degli avatar degli umani innamorati perpetui, o forse più che così, l'intero BIOS vitale antropico in una mappa fotonica dinamicamente adatta ad ogni moto, mossa o atto umano. Né nomadi né stanziali, mapped. C'è un'assonanza con Muppets che devo scegliere se considerare o bruciare in qualche altoforno ossidante, meglio se con ricuperatore – per ecologia rigenerativa.

Tradimenti virtuali, innamoramenti web-idealizzati, innamoramenti web realizzati e diversi, bisogno di essere riconosciuti e farsi riconoscere, bisogno di riconoscimento di nuovi accoppiamenti di fatto, o di virtù.
Si flirta via sms, ci si fidanza e ci si lascia o ritrova sempre con il cellulare. Si inventano scuse, si lascia il lavoro, si inventa un alfabeto, si dice di Sì o di no, ci si masturba, si vede la partita, si vota, si fa la rivoluzione. Sicuramente la tecnologia e il web sta modificando l'approccio delle persone nelle relazioni.
Gli effetti oggi sono già visibili, resta da capire come e in quali termini questi nuovi comportamenti possano influenzare la Y-generation, che si ciba di particelle di web costante, secondo modalità naturali.

Ci si sposta dal mondo reale a quello virtuale con molta naturalezza, senza arrendersi a nessuno dei due.

(Guido Faggion) [~ospita jovee]

giovedì 21 gennaio 2010

Le nuove frontiere delle arti elettroniche



Le arti digitali utilizzano i mass media come strumenti eppure non sono fenomeni di massa. Trovano la loro maggiore rappresentazione e celebrazione nei festival e nelle rassegne. Utilizzano nuovi linguaggi comunicativi ed espressivi. L'arte digitale si appropria, ingloba e mostra le mutazioni del reale trasversalmente, utilizzando i vecchi e nuovi media, ma allo stesso tempo resta staccata dai grandi sistemi mediatici, quasi elitaria. Forse necessariamente incomprensibile?

Sono passati più di quarant'anni dagli esordi delle arti digitali, dai quei nuovi modi di creare e pensare l'opera d'arte impiegando nuovi strumenti e tecnologie. L'arte elettronica, rielaborando i dati e le potenzialità espressive e comunicative dei new media, ha mutato il senso e la nozione di opera d'arte, compiendo il processo di decostruzione delle tradizionali categorie, pittura e scultura (arti dello spazio), letteratura e poesia (arti del tempo) iniziata con le avanguardie storiche.

Arte elettronica, videoarte, art-tv, videoinstallazione, videoperformance, arte satellitare, arte interattiva, web e net-art, computer animation/film/vfx, interactive, digital musics & sound art, hybrid arts: sono tutte espressioni artistiche incentrate sull'utilizzo della tecnologia, eliminando i processi creativi tradizionali a favore di quelli cerebrali. Sono il frutto dell'interazione intima tra artista e macchina. All'opera si aggiungono suggestioni di musica, parole, suoni, movimento, lo scorrere del tempo contratto o accelerato, nuove percezioni e dimensioni di performance e di evento.
Nel1965 la Sony lancia sul mercato la Porta Pack, la prima telecamera amatoriale portatile, che dà l'incipit a due pratiche di utilizzo del video: quella documentativa per un'informazione amatoriale, indipendente, e quella della sperimentazione artistica, sancendo così la nascita della videoarte. I primi esperimenti però, risalgono al 1952 con il “Manifesto del movimento spaziale per la televisione” di Lucio Fontana e, successivamente, con i primi décollage e découpage di Wolf Vostel (1958-1959) quando inserisce schermi e trasmissioni televisive all'interno delle opere d'arte. È con il coreano Nam June Paik che si pongono i fondamenti dell'arte elettronica, quando, fin dal 1965, inizia a lavorare con il supporto creativo della fotocamera portatile, mentre già dal 1963 crea flussi di forme e suoni all'interno dello schermo televisivo. Fondamentali sono state le sperimentazioni collettive dei Fluxus, di cui Nam June Paike faceva parte, le ricerche di Steina e Woody Vasulka, le registrazioni di Gerry Schum, le installazioni di Bruce Nauman. Come anche la generazione successiva ai pionieri, passando dalle le interazioni mediate dalla tecnologia di Studio Azzurro ai lavori di Robert Cahen, Tony Oursler, Matthew Barney e Bill Viola.

L'arte elettronica diventa un modo di vedere, più che di rappresentare: opera quale metafora dei rapporti e dei desideri, indagine e interpretazione, trasfigurazione.
L'artista manipola l'apparenza dell'être, introducendo nuovi significati e relazioni lunghe [relazioni ypsilon, jovenal] proprio grazie alle tecnologie elettroniche, al vettore numerico. Arte, tecnologia, interazione e partecipazione dell'osservatore.
È proprio nella partecipazione dell'osservatore che si creano le maggiori interazioni, quasi intimistiche: partecipazione emotiva, mentale e fisica, fino a inglobarlo com parte dell'opera, elemento scatenante, esca, funzionale, interattivo.
Quali le nuovi le frontiere delle ars elettroniche? Specie nel panorama internazionale, gli appuntamenti dedicati all'incrocio tra arti elettroniche, visive, musicali e performative sono numerosi.
Soprattutto i festival, che rappresentano la modalità più comune per presentare le arti elettroniche, sono il veicolo per predare il pubblico e gli addetti ai lavori, espongono la tecnologia fino a celebrarla.Forse il principale è l'Ars Electronica Festival di Liz, giunto alla sua 30esima edizione, uno dei maggiori e più importati eventi internazionale dedicati all’arte digitale. Raccoglie da tutto il mondo artisti, curatori e intellettuali e recentemente ha inaugurato il nuovo Ars Electronica Center, un museo di 3 piani dedicato alla tecnologia. A livello internazionale, poi, la Biennale Performa 09 e il Conflux Festival di New York; il Freewaves Festival of Experimental Media Art di Los Angeles; l'Annual Subtle Technologies Festival University of Toronto; l'Electronic Language International Festival di Sao Paulo; il Festival Internacional de Video/Arte/Electrónica (VAE) in Perù; l'International Symposium on Electronic Art a Singapore; in Giappone il festival biennale di Interactive art IAMAS e il Japan Media Arts Festival di Tokyo.A livello italiano da ricordare il MUV festival, musica e arti digitali di Firenze, SHARE FESTIVAL Experiences in digital art & culture di Torino e NETMAGE l'International Live-Media Festival di Bologna.

Tuttavia, attualmente le arti elettroniche restano un fenomeno che non coinvolge la massa.
Utilizzano gli strumenti di massa senza esserne fenomeno e la fenomenologia che producono non è percepita nello strato superiore delle città, sulla superficie.
Non trovano uno spazio simile e non hanno neppure il medesimo successo del cinema e della televisione, forse per incompatibilità.
Di tecnologia sono intrisi la tv, il cinema, la radio, le pubblicità e spesso molti artisti digitali sono chiamati a produrre per i vecchi media, vi portano il proprio valore ma paradossalmente non ne traggono i maggiori benefici.
L'arte digitale resta comunque un fenomeno ancora troppo elitario.

È cambiato il ruolo dell'artista in un'epoca iperfigurativa.
Posizioni ibride lo vedono col suo lavoro e la sua ricerca sulla complessità del presente, contrapposta alla pratica semplicistica e demagogica, quasi voyeristica del pensiero generale.
Le regole del mercato e dell'audience si scontrano poi con la ricerca artistica crossmediale.
Diventa opportuno quindi favorire, con ogni mezzo, la diffusione dei linguaggi legati alle arti elettroniche in modo da aprire varchi di relazione e confronto tra artista e pubblico; determinare interventi nelle persone e con le persone.
Il luogo che appartiene alla collettività diventa l'arena di questo confronto diretto; il media diventa solo l'apparato macchina per attivare le relazioni, ma le persone sono i veri nodi connettori; e l'artista, una sorta di community artist, lavora a stretto contatto con la comunità riappropriandosi del suo ruolo attivo nelle società.

(Guido Faggion)