venerdì 12 agosto 2011

E noi per che cosa viviamo?

A study Salvador Dalí drew for a dream sequence in Alfred Hitchcock’s “Spellbound” (1944)


Nimit prese la tazza di caffè nella mano, ne bevve un sorso, poi tornò a posarla sul piattino, attento a non fare rumore.

- Una volta (il mio capo) mi parlò degli orsi polari. Di quali creature solitarie essi siano. Non si accoppiano che una volta all'anno. Una volta sola in un anno! Nel loro mondo non esistono relazioni, diciamo così, matrimoniali. Su quelle grandi distese ghiacciate due orsi, un maschio e una femmina, si incontrano per caso e li avviene l'accoppiamento. Non si va tanto per le lunghe. Una volta consumato l'atto, il maschio si allontana di corsa dalla femmina come se fosse arrabbiato, e fugge via dal luogo dell'accoppiamento. Scappa via a tutta velocità, e non si volta mai indietro. Dopodiché trascorrerà un anno in totale solitudine. Non esiste nessun rapporto di comunicazione, o di scambio. Nessun contatto di spirito. Questa è la storia degli orsi polari. Almeno secondo quanto mi raccontò il mio capo.

- Beh, è certamente una storia singolare, - commentò Satsuki.

- Si, una storia davvero singolare, - ripetè Nimit con un'espressione molto seia. - Quando la sentii, gli chiesi: "Allora, per che cosa vivono gli orsi polari?". A quella domanda, un sorriso divertito apparve sulsuo volto, e infine disse: "E noi, Nimit, noi per che cosa viviamo?".

(Tratto da Murakami Haruki, Tutti i figli di Dio danzano, Einaudi, Torino, 2005. Traduzione dal giapponese di Giorgio Amitrano)



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