
Di morte dell'arte si parla da secoli e ancora oggi si continua a farlo. Un cammino quasi ciclico che porta a continue condanne, o a declamazioni di morte dell'arte, dapprima da parte dei filosofi, per arrivare poi agli stessi artisti, passando infine attraverso i critici.
L'arte oggi ha assunto valenze nuove e diverse, spesso incomprensibili al primo impatto ma frutto di una evoluzione che l'ha portata a riflettere lo spaccato critico più sovversivo dell'ordine quotidiano, consueto e stabilito.
Tra i primi declamatori del trapasso, Platone, con la sua famosa condanna della pittura e della poesia: Platone non limitò la critica all’arte imitativa (pittura e scultura), ma condannò finanche la poesia e la tragedia per la loro funzione psicologica, cioè capace di suscitare emozioni.
Alcuni filosofi hanno condannato l'intuizione artistica come troppo esile e insufficiente di fronte ad una forma di conoscenza più completa qual'è la filosofia. Hegel, ad esempio, parla di una futura “morte dell'arte” nelle sue tesi sull'Assoluto e sulla proiezione empirica, dove la filosofia diventa la sola che possa cogliere il più evoluto e assoluto sapere.
La sentenza passa di mano agli inizi del XX secolo. Il Dadaismo, tra i primi, esso stesso corrente artistica, si fa portatore di fermenti nichilistici e distruttivi verso l'arte: il movimento concepito al Cabaret Voltaire di Zurigo tenta di combattere l'arte con l'arte stessa, ovvero con un'anti-arte che è rappresentazione dell'opposto, rifiuto della cultura e dell'estetica tradizionale.
Oggi l'origine endogena della sentenza capitale è pronunciata dal critico. Egli accusa l'arte di morte perché ne fa parte, in modo sistematico, quindi è capace di modificarla e condizionarla a proprio piacimento. L'arte è debole ed è un veicolo, si dice; per il critico Celant, il padre dell'Arte Povera, addirittura l'arte odierna serve solo a rassicurare, diventando un “veicolo ansiolitico”.
Si avvertono mutazioni genetiche ramificate nel sistema, che avrebbero portato ad una perdita di virulenza critica, di potenza di denuncia e di sovversione, di obbedienza alle consuetudini, sebbene queste diano segni di alterazione e disordine. Si può dire che oggi l'arte diventa condiscendente? In ritardo? Un veicolo di esotismo, di promozione? Senza il proprio ruolo premonitore, rimane strumento di magnificenza delle nuove generazioni di potenti? È il segno della nuova frontiera di un colonialismo culturale in Russia, Cina, Emirati Arabi, per celebrare un nuovo potere? È sistematica, perdendo ogni funzionalità profetica e di rottura?
L'artista lavora accanto ad esperti dell'interpretazione della sua stessa opera, quindi disegna, scolpisce, taglia, compone il solo presente? L'artista ha subito nei secoli una metamorfosi, in evoluzione, che l'ha trasformato da maestro a personaggio di corte, conteso e coccolato, ad individualista distaccato intimistico e personale. L'artista bohémienne e visionario lascia ogni dipendenza dal potere per liberarsi da ogni legame e vivere al massimo la propria arte. Il suo schema diventa man mano più libero.
Con le avanguardie, il baricentro tra arte e artista si scardina: è il massimo picco dell'io artistico, quindi assumono importanza l'azione, il gesto, la genesi e la concezione dell'opera, a discapito della tecnica minuziosa, dell'estetica formalizzata, della correttezza.
A tal proposito ricordo un aneddoto successo a Picasso un giorno nel suo studio quando venne ad incontrarlo un desideroso estimatore dell'artista che voleva avere un suo lavoro da inserire nella collezione. Picasso prende un foglio e con un carboncino, fa un disegno e lo consegna al collezionista che, deluso della velocità di realizzazione e della poca tecnica, si mise a contestare l'elevato prezzo chiesto da Picasso per quell'opera molto semplice. La risposta di Picasso fu che quell'opera era il frutto della propria esperienza di anni.
I grandi artisti del secolo scorso, tra cui Duchamp, Fontana, Dubuffet, Burri, Spoerri, fino al più attuale Maurizio Cattelan testimoniano che l'excursus non può essere finito, la morte è declamata per l'arte, ma per errore (di chi?) nella mera apparenza.
Chi? Chi quindi, non sa leggere le rigidissime regole, i criteria puntiformi, le connessioni sparpagliate eppure sistematiche del nuovo Genoma artistico attualmente osservabile?
L’arte è alla fine.
Il filosofo Hans-Georg Gadamer rivela che non si tratta mai, così come mai più, dello stesso tipo di arte; e tuttavia oggi forse l’arte è più arte di quanto non sia mai stata, vera scintilla scoccata dalla trascendenza.
Ci si aspetta un rogo e non si intende la scintilla, eternal. Il rogo, la scena, la magnificenza, la dimensione, la rottura ed il vocio sono attualmente territorio di altri, sostituti, anticamente ospiti: curatori galleristi e pubblico urlano e truccano più dell'artista stesso.
Forse il vero problema dell'arte oggi l'ha evidenziato Glenn O'Brien rispondendo ad una lettera sui “favolosi Seventies”, su un magazine guarda caso di fiere e di vanità, dove Glenn asserisce che "la nostra società ha preso una gran brutta piega". Non si tratta più di un problema di capire o meno un'opera, di grandi mecenati o di potenti committenti, di critici e di mercanti, di investitori e di collezionisti, di movimenti artistici o di evoluzioni stilistiche. Il problema risiederebbe nell'epoca, nei domini degli sprechi e dei supervolumi, del pressappochismo e della superficialità, che dimenticano il real value, o peggio lasciano la real thing alle sedi della memoria interiore – se e dove c'è – e non la pronunciano e annunciano.
Gli stessi artisti non vengono pagati e sono pasto nudo e crudo di accademici, collezionisti, intermediari, critici, curatori, visitatori, estimatori, ed altri secondi infiniti che non decidono di uscire fuori dal ring del vero combattimento della box [cfr. A. B. Oliva]. Artisti oppressi, vengono soppressi.
Ha ragione, secondo la tesi che ha sostenuto, Enrico Baj in un articolo del 1992 ("Morte dell'Arte e sopravvivenza del critico", Micromega n. 5/92), dove dice che gli artisti vengono interpellati solo su questioni marginali, loro, veri artefici del sistema, dello spazio, della parola e dell'espressione.
"Mors tua vita mea", ecco cosa c'è di nuovo; l'eterno adagio della nuova "morte dell'arte".
(Guido Faggion) [feat. jovenal]
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