giovedì 21 gennaio 2010

Le nuove frontiere delle arti elettroniche



Le arti digitali utilizzano i mass media come strumenti eppure non sono fenomeni di massa. Trovano la loro maggiore rappresentazione e celebrazione nei festival e nelle rassegne. Utilizzano nuovi linguaggi comunicativi ed espressivi. L'arte digitale si appropria, ingloba e mostra le mutazioni del reale trasversalmente, utilizzando i vecchi e nuovi media, ma allo stesso tempo resta staccata dai grandi sistemi mediatici, quasi elitaria. Forse necessariamente incomprensibile?

Sono passati più di quarant'anni dagli esordi delle arti digitali, dai quei nuovi modi di creare e pensare l'opera d'arte impiegando nuovi strumenti e tecnologie. L'arte elettronica, rielaborando i dati e le potenzialità espressive e comunicative dei new media, ha mutato il senso e la nozione di opera d'arte, compiendo il processo di decostruzione delle tradizionali categorie, pittura e scultura (arti dello spazio), letteratura e poesia (arti del tempo) iniziata con le avanguardie storiche.

Arte elettronica, videoarte, art-tv, videoinstallazione, videoperformance, arte satellitare, arte interattiva, web e net-art, computer animation/film/vfx, interactive, digital musics & sound art, hybrid arts: sono tutte espressioni artistiche incentrate sull'utilizzo della tecnologia, eliminando i processi creativi tradizionali a favore di quelli cerebrali. Sono il frutto dell'interazione intima tra artista e macchina. All'opera si aggiungono suggestioni di musica, parole, suoni, movimento, lo scorrere del tempo contratto o accelerato, nuove percezioni e dimensioni di performance e di evento.
Nel1965 la Sony lancia sul mercato la Porta Pack, la prima telecamera amatoriale portatile, che dà l'incipit a due pratiche di utilizzo del video: quella documentativa per un'informazione amatoriale, indipendente, e quella della sperimentazione artistica, sancendo così la nascita della videoarte. I primi esperimenti però, risalgono al 1952 con il “Manifesto del movimento spaziale per la televisione” di Lucio Fontana e, successivamente, con i primi décollage e découpage di Wolf Vostel (1958-1959) quando inserisce schermi e trasmissioni televisive all'interno delle opere d'arte. È con il coreano Nam June Paik che si pongono i fondamenti dell'arte elettronica, quando, fin dal 1965, inizia a lavorare con il supporto creativo della fotocamera portatile, mentre già dal 1963 crea flussi di forme e suoni all'interno dello schermo televisivo. Fondamentali sono state le sperimentazioni collettive dei Fluxus, di cui Nam June Paike faceva parte, le ricerche di Steina e Woody Vasulka, le registrazioni di Gerry Schum, le installazioni di Bruce Nauman. Come anche la generazione successiva ai pionieri, passando dalle le interazioni mediate dalla tecnologia di Studio Azzurro ai lavori di Robert Cahen, Tony Oursler, Matthew Barney e Bill Viola.

L'arte elettronica diventa un modo di vedere, più che di rappresentare: opera quale metafora dei rapporti e dei desideri, indagine e interpretazione, trasfigurazione.
L'artista manipola l'apparenza dell'être, introducendo nuovi significati e relazioni lunghe [relazioni ypsilon, jovenal] proprio grazie alle tecnologie elettroniche, al vettore numerico. Arte, tecnologia, interazione e partecipazione dell'osservatore.
È proprio nella partecipazione dell'osservatore che si creano le maggiori interazioni, quasi intimistiche: partecipazione emotiva, mentale e fisica, fino a inglobarlo com parte dell'opera, elemento scatenante, esca, funzionale, interattivo.
Quali le nuovi le frontiere delle ars elettroniche? Specie nel panorama internazionale, gli appuntamenti dedicati all'incrocio tra arti elettroniche, visive, musicali e performative sono numerosi.
Soprattutto i festival, che rappresentano la modalità più comune per presentare le arti elettroniche, sono il veicolo per predare il pubblico e gli addetti ai lavori, espongono la tecnologia fino a celebrarla.Forse il principale è l'Ars Electronica Festival di Liz, giunto alla sua 30esima edizione, uno dei maggiori e più importati eventi internazionale dedicati all’arte digitale. Raccoglie da tutto il mondo artisti, curatori e intellettuali e recentemente ha inaugurato il nuovo Ars Electronica Center, un museo di 3 piani dedicato alla tecnologia. A livello internazionale, poi, la Biennale Performa 09 e il Conflux Festival di New York; il Freewaves Festival of Experimental Media Art di Los Angeles; l'Annual Subtle Technologies Festival University of Toronto; l'Electronic Language International Festival di Sao Paulo; il Festival Internacional de Video/Arte/Electrónica (VAE) in Perù; l'International Symposium on Electronic Art a Singapore; in Giappone il festival biennale di Interactive art IAMAS e il Japan Media Arts Festival di Tokyo.A livello italiano da ricordare il MUV festival, musica e arti digitali di Firenze, SHARE FESTIVAL Experiences in digital art & culture di Torino e NETMAGE l'International Live-Media Festival di Bologna.

Tuttavia, attualmente le arti elettroniche restano un fenomeno che non coinvolge la massa.
Utilizzano gli strumenti di massa senza esserne fenomeno e la fenomenologia che producono non è percepita nello strato superiore delle città, sulla superficie.
Non trovano uno spazio simile e non hanno neppure il medesimo successo del cinema e della televisione, forse per incompatibilità.
Di tecnologia sono intrisi la tv, il cinema, la radio, le pubblicità e spesso molti artisti digitali sono chiamati a produrre per i vecchi media, vi portano il proprio valore ma paradossalmente non ne traggono i maggiori benefici.
L'arte digitale resta comunque un fenomeno ancora troppo elitario.

È cambiato il ruolo dell'artista in un'epoca iperfigurativa.
Posizioni ibride lo vedono col suo lavoro e la sua ricerca sulla complessità del presente, contrapposta alla pratica semplicistica e demagogica, quasi voyeristica del pensiero generale.
Le regole del mercato e dell'audience si scontrano poi con la ricerca artistica crossmediale.
Diventa opportuno quindi favorire, con ogni mezzo, la diffusione dei linguaggi legati alle arti elettroniche in modo da aprire varchi di relazione e confronto tra artista e pubblico; determinare interventi nelle persone e con le persone.
Il luogo che appartiene alla collettività diventa l'arena di questo confronto diretto; il media diventa solo l'apparato macchina per attivare le relazioni, ma le persone sono i veri nodi connettori; e l'artista, una sorta di community artist, lavora a stretto contatto con la comunità riappropriandosi del suo ruolo attivo nelle società.

(Guido Faggion)

martedì 5 gennaio 2010

"Mors tua vita mea": sulla nuova Morte dell'Arte.


Di morte dell'arte si parla da secoli e ancora oggi si continua a farlo. Un cammino quasi ciclico che porta a continue condanne, o a declamazioni di morte dell'arte, dapprima da parte dei filosofi, per arrivare poi agli stessi artisti, passando infine attraverso i critici.

L'arte oggi ha assunto valenze nuove e diverse, spesso incomprensibili al primo impatto ma frutto di una evoluzione che l'ha portata a riflettere lo spaccato critico più sovversivo dell'ordine quotidiano, consueto e stabilito.

Tra i primi declamatori del trapasso, Platone, con la sua famosa condanna della pittura e della poesia: Platone non limitò la critica all’arte imitativa (pittura e scultura), ma condannò finanche la poesia e la tragedia per la loro funzione psicologica, cioè capace di suscitare emozioni.

Alcuni filosofi hanno condannato l'intuizione artistica come troppo esile e insufficiente di fronte ad una forma di conoscenza più completa qual'è la filosofia. Hegel, ad esempio, parla di una futura “morte dell'arte” nelle sue tesi sull'Assoluto e sulla proiezione empirica, dove la filosofia diventa la sola che possa cogliere il più evoluto e assoluto sapere.

La sentenza passa di mano agli inizi del XX secolo. Il Dadaismo, tra i primi, esso stesso corrente artistica, si fa portatore di fermenti nichilistici e distruttivi verso l'arte: il movimento concepito al Cabaret Voltaire di Zurigo tenta di combattere l'arte con l'arte stessa, ovvero con un'anti-arte che è rappresentazione dell'opposto, rifiuto della cultura e dell'estetica tradizionale.

Oggi l'origine endogena della sentenza capitale è pronunciata dal critico. Egli accusa l'arte di morte perché ne fa parte, in modo sistematico, quindi è capace di modificarla e condizionarla a proprio piacimento. L'arte è debole ed è un veicolo, si dice; per il critico Celant, il padre dell'Arte Povera, addirittura l'arte odierna serve solo a rassicurare, diventando un “veicolo ansiolitico”.

Si avvertono mutazioni genetiche ramificate nel sistema, che avrebbero portato ad una perdita di virulenza critica, di potenza di denuncia e di sovversione, di obbedienza alle consuetudini, sebbene queste diano segni di alterazione e disordine. Si può dire che oggi l'arte diventa condiscendente? In ritardo? Un veicolo di esotismo, di promozione? Senza il proprio ruolo premonitore, rimane strumento di magnificenza delle nuove generazioni di potenti? È il segno della nuova frontiera di un colonialismo culturale in Russia, Cina, Emirati Arabi, per celebrare un nuovo potere? È sistematica, perdendo ogni funzionalità profetica e di rottura?

L'artista lavora accanto ad esperti dell'interpretazione della sua stessa opera, quindi disegna, scolpisce, taglia, compone il solo presente? L'artista ha subito nei secoli una metamorfosi, in evoluzione, che l'ha trasformato da maestro a personaggio di corte, conteso e coccolato, ad individualista distaccato intimistico e personale. L'artista bohémienne e visionario lascia ogni dipendenza dal potere per liberarsi da ogni legame e vivere al massimo la propria arte. Il suo schema diventa man mano più libero.

Con le avanguardie, il baricentro tra arte e artista si scardina: è il massimo picco dell'io artistico, quindi assumono importanza l'azione, il gesto, la genesi e la concezione dell'opera, a discapito della tecnica minuziosa, dell'estetica formalizzata, della correttezza.

A tal proposito ricordo un aneddoto successo a Picasso un giorno nel suo studio quando venne ad incontrarlo un desideroso estimatore dell'artista che voleva avere un suo lavoro da inserire nella collezione. Picasso prende un foglio e con un carboncino, fa un disegno e lo consegna al collezionista che, deluso della velocità di realizzazione e della poca tecnica, si mise a contestare l'elevato prezzo chiesto da Picasso per quell'opera molto semplice. La risposta di Picasso fu che quell'opera era il frutto della propria esperienza di anni.

I grandi artisti del secolo scorso, tra cui Duchamp, Fontana, Dubuffet, Burri, Spoerri, fino al più attuale Maurizio Cattelan testimoniano che l'excursus non può essere finito, la morte è declamata per l'arte, ma per errore (di chi?) nella mera apparenza.

Chi? Chi quindi, non sa leggere le rigidissime regole, i criteria puntiformi, le connessioni sparpagliate eppure sistematiche del nuovo Genoma artistico attualmente osservabile?

L’arte è alla fine.

Il filosofo Hans-Georg Gadamer rivela che non si tratta mai, così come mai più, dello stesso tipo di arte; e tuttavia oggi forse l’arte è più arte di quanto non sia mai stata, vera scintilla scoccata dalla trascendenza.

Ci si aspetta un rogo e non si intende la scintilla, eternal. Il rogo, la scena, la magnificenza, la dimensione, la rottura ed il vocio sono attualmente territorio di altri, sostituti, anticamente ospiti: curatori galleristi e pubblico urlano e truccano più dell'artista stesso.

Forse il vero problema dell'arte oggi l'ha evidenziato Glenn O'Brien rispondendo ad una lettera sui “favolosi Seventies”, su un magazine guarda caso di fiere e di vanità, dove Glenn asserisce che "la nostra società ha preso una gran brutta piega". Non si tratta più di un problema di capire o meno un'opera, di grandi mecenati o di potenti committenti, di critici e di mercanti, di investitori e di collezionisti, di movimenti artistici o di evoluzioni stilistiche. Il problema risiederebbe nell'epoca, nei domini degli sprechi e dei supervolumi, del pressappochismo e della superficialità, che dimenticano il real value, o peggio lasciano la real thing alle sedi della memoria interiore – se e dove c'è – e non la pronunciano e annunciano.

Gli stessi artisti non vengono pagati e sono pasto nudo e crudo di accademici, collezionisti, intermediari, critici, curatori, visitatori, estimatori, ed altri secondi infiniti che non decidono di uscire fuori dal ring del vero combattimento della box [cfr. A. B. Oliva]. Artisti oppressi, vengono soppressi.

Ha ragione, secondo la tesi che ha sostenuto, Enrico Baj in un articolo del 1992 ("Morte dell'Arte e sopravvivenza del critico", Micromega n. 5/92), dove dice che gli artisti vengono interpellati solo su questioni marginali, loro, veri artefici del sistema, dello spazio, della parola e dell'espressione.

"Mors tua vita mea", ecco cosa c'è di nuovo; l'eterno adagio della nuova "morte dell'arte".

(Guido Faggion) [feat. jovenal]