martedì 20 ottobre 2009

Libri digitali in rete: una rete o un groviglio di interessi?

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Il miraggio di Google di realizzare una vera biblioteca universale e digitale sulla rete inizia a vacillare, poiché il suo progetto di libera digitalizzazione dei libri e gli accordi per la stampa espressa ed economica ha fatto sorgere un'improvvisa necessità di ordine economico, morale e globale in materia di libri e di biblioteche digitali.

La vicenda ha inizio quando Google, con il suo progetto Goole Search Books, avvia un processo di fruizione libera di libri liberi da diritti d’autore o fuori commercio, "sorvolando" sugli attriti tra gli editori americani e sugli allarmi di quelli europei che hanno iniziato ad alzare barriere protezionistiche in materia.

BigG inizia così a digitalizzare un catalogo di circa un milione di testi orfani, ovvero caduti in pubblico dominio perché pubblicati prima del 1923. Il principio su cui si basa il progetto è molto semplice: qualunque editore può mandare i propri libri a Google che provvederà a digitalizzarli e ad inserirne il contenuto nel web, così da renderli disponibili nei risultati delle query degli utenti appassionati. A questa modalità di fruizione gratuita, si aggiunge una piccola quota di testi, ancora protetta dal diritto d’autore, che, a differenza di quelli precedenti al '23, sono fruibili solo in parte, in una modalità detta "preview".

BigG ha inoltre stipulato un accordo con la società On Demand Book che produce un'apparecchiatura in grado di stampare e rilegare un libro di 300 pagine in edizione economica in meno di cinque minuti. Al catalogo della BigG perciò si aggiunge quello della On Demand Book, per arrivare a circa 3,6 milioni di testi, che ognuno può stamparsi a prezzi modici e liberamente.

È ovvio che questo scateni l'ira degli editori statunitensi che rischiano di perdere potere contrattuale nella pubblicazione di libri. La modalità on demand, poi, rischia di stravolgere completamente gli equilibri del mondo dell’editoria tradizionale, fondata su relazioni delicate che regolano ogni fase della nascita di un libro e della sua diffusione. Si passa, ad opera di Google, da un modello centralizzato con un unico centro di produzione e tanti punti di distribuzione, ad uno plain e orizzontale, dove il proprio libro naviga senza l’intermediazione dell’editore che lo pubblica. Un rischio che le case editrici cercano in tutti i modi di evitare ma che mostra e produce, a velocità almeno telematica, benefici in termini di disponibilità e diffusione per biblioteche, scuole, università e per i lettori in genere. Senza considerare, poi, il valore indotto per l’alfabetizzazione e la scolarizzazione di aree in via di sviluppo.

Tre anni fa l’associazione degli autori americani [The Authors Guild], l’associazione degli editori americani [Association of American Publishers - AAP] e un gruppo di autori intentarono una contro Google Search Books per violazione del copyright. E anche se il progetto di Google è supportato da meritevoli intenzioni, la questione ha determinato l’intervento del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, chiamato dagli editori a pronunciarsi in merito al caso ed a trovare un accordo comune. Insomma, i benefici devono esserci indubbiamente, ma da entrambe le parti.

Alla base del contenzioso vi è il non rispetto delle norme sul copyright e dell’anti-trust, dato che gli accordi iniziali di Google favorirebbero alcuni soggetti del mercato dell’editoria a discapito di altri non coinvolti. Perciò il Dipartimento di Giustizia ha fortemente invitato la Corte Costituzionale di New York a revocare gli accordi già presi ed a valutare l'introduzione di un nuovo accordo [Settlement] che permetta ai competitors della BigG di avere parità di accesso al mercato.

Anche gli editori europei si sono messi di vedetta, visto che l’accordo coinvolgerebbe anche qualsiasi opera europea disponibile sul mercato USA. Gli editori di Italia, Germania, Francia, Austria, Norvegia e Svezia, ma anche la FEP [Federazione Europea degli Editori] e l'AIE [Associazione Italiana Editori], si sono schierati contro l’iniziativa della BigG, per di più chiedendo la non applicabilità della soluzione americana e dell’accordo Google/USA nel territorio dell’Unione Europea.

Le obiezioni mosse dagli editori europei riguardano: la violazione della Convenzione di Berna su diritto d’autore {il diritto d’autore di norma scade a 70 anni dalla morte dello scrittore, mentre le soluzione USA libererebbe i copyright non appena l'opera non fosse più disponibile in libreria}; inoltre, Il monopolio sui libri digitali che la BigG ricaverebbe dal progetto, ed infine importanti problemi nella gestione normativa e fisica del database di Google Books.

In America la sentenza è attesa per novembre, e - ad ogni modo - se i giudici accetteranno il compromesso siglato tra Google, l’associazione degli scrittori americani Authors Guild e l’associazione degli editori Usa AAP, non ci sarà più nessun libro “introvabile”. E mentre la BigG fa sapere che i libri non più disponibili sul mercato americano ma ancora in vendita in Europa non saranno inclusi nel database di Book Search, l’UE si premunisce {o prova a farlo}, discutendo con detentori di diritti, biblioteche, aziende, associazioni dei consumatori, per trovare la propria miglior soluzione a questa “sfida".

Si deve dire che esistono al mondo altri progetti che vantano analoghe aspirazioni: la FEP avvalora la propria posizione ribadendo come alternativa a Google Books il progetto Arrow [Accessible Registries of Rights Information and Orphan Works towards the European Digital Library], progetto coordinato dall'AIE. Grazie ad Arrow si intende arrivare ad una soluzione tecnica che riesca a soddisfare tutti i soggetti coinvolti, dagli autori alle biblioteche, nonché gli editori stessi. Il progetto Arrow si sviluppa infatti per creare una infrastruttura distributiva [per ora solo europea] per la gestione delle informazioni sul diritto d’autore delle opere letterarie e per facilitare l’accesso ai contenuti digitali. L’obiettivo è di supportare il Progetto di Libreria Digitale i2010 della Commissione Europea e di identificare, attraverso l’interoperabilità degli attori coinvolti, i detentori dei diritti d’autore chiarificandone lo status legale.

Ancora precedente è Europeana, la biblioteca digitale europea che aggrega molteplici documenti non solo librari, come libri, film, dipinti, giornali, archivi sonori, mappe, manoscritti ed archivi, provenienti dai 27 Paesi dell’Unione Europea, e suddivisi per ben 23 lingue. Europeana mette a disposizione milioni di opere del nostro patrimonio culturale che sono già di pubblico dominio con l’obiettivo in prospettiva di raggiungere dieci milioni di opere entro il 2010. Negli ultimi 9 mesi il suo database ha raddoppiato i contenuti digitalizzati: da 2 a più di 4 milioni e mezzo di materiali: è appena il 5% del patrimonio presente nell’Unione Europea, ma è un valore che ha la propria maggior forza nel potenziale ancora inespresso. Restano tuttavia problemi di adeguamento in materia di copyright: con una consultazione pubblica, che terminerà il 15 novembre, la Commissione si esprimerà sul futuro di Europeana e sulla digitalizzazione dei libri.

Non ci resta che attendere la sentenza USA e il parere UE per conoscere il futuro dell’editoria e delle biblioteche e archivi. I pareri sono discordanti e alcune posizioni opposte.

Così, mentre si sigla l’accordo sul contenzioso che riguarda milioni di titoli già scansionati {il 37% dei guadagni sui titoli online soggetti a copyright andrebbero a Google mentre il restante 63% ai titolari dei diritti}, il presidente della Biblioteca Nazionale francese, Jean-Noel Jeannery, nega il proprio consenso alla proposta di Google per una collaborazione, a titolo gratuito, nell’opera di digitalizzazione di una parte dei 30 milioni di testi del fondo bibliotecario. Il colosso, infatti, chiede come scambio la possibilità di poterli divulgare poi nel web, e incassa l'accordo di altre prestigiose biblioteche europee, che considerano inadeguati i tempi di Europeana, ed il suo obiettivo quasi irraggiungibile.

Quali saranno le prossime evoluzioni? Ci si auspica che, qualsiasi sia il futuro scaturito da battaglie e sentenze, si realizzi l'impulso per il primo grande rinnovamento di tutto il patrimonio della conoscenza in genere, per risolvere con strumenti idonei un problema che ha radici nelle sorgenti della civiltà, ossia la disseminazione della conoscenza.

Di mezzo c'è un attore anch'esso atavico e più volte vittorioso, ricco e zeppo di conquiste: il Mercato.


Guido Faggion

venerdì 16 ottobre 2009

Virtual Museum of Iraq: un successo internazionale per il cultural-tech italiano



In Italia la cultura per la tutela dei beni culturali ha origini antiche. Su di essa si è fondata la salvaguardia e la preservazione della nostra memoria materiale, concretamente riprodotta nell'esposizione permamente degli innumerevoli reperti museali presenti nel nostro Paese. L'Italia riceve - specie all'estero - molti riconoscimenti proprio per competenze e tecnologie acquisite nel tempo e dedicate alla fruizione dei beni culturali. Uno fra molti è quello del Museo Virtuale dell’Iraq in cui le competenze tecnologiche italiane sono state messe a disposizione per la ricostruzione del patrimonio storico e archeologico dell’Iraq.

Nel febbraio 2009, a distanza di 6 anni da quanto nell'aprile 2003 fu brutalmente violato e duramente saccheggiato, è stato riaperto il Museo Nazionale dell’Iraq di Bagdagd. Quell'evento aveva inferto un duro colpo alla memoria e all’identità del paese.Nel 2005 il Ministero agli Affari Esteri italiano, attraverso la task force Iraq che ha operato presso la Direzione Generale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, affidò al Consiglio Nazionale delle Ricerche [CNR] l’incarico di realizzare il “Museo virtuale di Baghdad” così da rendere fruibile in rete, tanto al pubblico quanto agli studiosi, questo inestimabile patrimonio. La scelta del CNR non fu casuale vista la collaudata esperienza nella ricostruzione virtuale di monumenti, beni artistici e siti archeologici.

Il Museo Virtuale dell’Iraq restituisce onore alla cultura e al patrimonio di un’intera nazione e riconsegna al pubblico tutto un inestimabile patrimonio. Il progetto, tra l’altro, è un’occasione di valorizzazione culturale ma anche diplomatica: il museo propone, infatti, una selezione delle opere più significative dell’antica civiltà mesopotamica, incluse quelle custodite nei principali musei del mondo. Attraverso la realizzazione del museo virtuale, le opere (fruibili in italiano, inglese e arabo) sono esposte secondo un percorso che consente la visita di un pubblico numericamente molto superiore alla reale capienza di un ambiente espositivo tradizionale.

“Sono state oltre 400.000 le pagine cliccate e oltre 120 mila i visitatori. Le pagine in inglese hanno ottenuto più visite di quelle in italiano, circa i due terzi in più”, spiega Roberto De Mattei, vice Presidente del CNR. “Nella classifica dei ‘navigatori - continua De Mattei - gli Stati Uniti si piazzano primi con oltre 35 mila accessi, battendo l'Italia che ne ha registrati 24 mila circa; seguono Brasile, Canada, Regno Unito, Porto Rico”. Spiccano al settimo posto, gli Emirati Arabi che precedono quanto a visite, la Turchia, la Germania e la Svezia.

È stato un lavoro che ha permesso di far emergere l’eccellenza dell’Italia nel campo dell'exhibition science e della preservazione dei beni culturali e museali, spesso poco considerato e ritenuto di interesse secondario. Una sinergia tra le expertiese e le migliore tecnologie dei laboratori del CNR e degli studiosi del mondo antico che, grazie a tecniche di avanzata modellazione 3D e di rappresentazione multimediale, dà prova di elevato skill sul piano mondiale.

Quindi, non semplicemente un sito web che permette la navigazione del patrimonio presente in un museo, ma un vero environment dove vivere un’esperienza fatta di immagini digitali contestualizzate nella propria epoca e sede storica. Proprio l'approccio al problema della contestualizzazione, tipico dell’allestimento museale specie se archeologico, ha costituito uno dei principali goal dell'esposizione "Virtual Museum of Iraq". L’opera presentata consuetamente nella sala museale che la ospita, perde le tracce della propria storia, la cognizione per il fruitore della collocazione storica, se non per i contributi didascalici che risultano inadeguati a beneficio di equilibri editoriali, spesso prettamente estetici. La rappresentazione in un contesto diverso, quello della sala del museo, comporta una perdita del valore e di comprensione dell’opera stessa; la ricostruzione virtuale di Virtual Museum of Iraq mette il pubblico in condizione di capire e apprezzare il contesto in cui l’opera è stata creata, il motivo, la necessità e la funzione che assolveva.

Il Museo Virtuale dell’Iraq ricostruisce un viaggio attraverso 6000 anni di storia, e ripercorre le principali tappe dello sviluppo storico-culturale delle civiltà che si sono succedute nella Mesopotamia antica. Un patrimonio inestimabile, come una statuetta femminile in alabastro da Tell Es Sawwan (6200-5700 a.C.), l’Elmo in lamina d’oro di Meskalamdug (2450 a.C.), re della città di Ur, il Pannello invetriato di Nimrud (IX secolo a.C.), la Lastra raffigurante i sudditi assiri (VIII sec. a. C).

Il museo è suddiviso in otto grandi sale tematiche, che in ordine cronologico presentano la storia dalla preistoria fino all’età islamica: dalla nascita delle prime comunità di villaggio alla rivoluzione urbana; dall’emergere dei grandi sistemi di dominio sovraregionale agli imperi a dimensione universale

Il tour si conclude con la fondazione, nel 762 d.C., di Madinat al-Salam (‘città della pace’), l’odierna Baghdad, simbolo del nuovo ruolo della Terra tra i due Fiumi all’interno del mondo islamico.

Ogni sala presenta una selezione di reperti rappresentativi del periodo storico in esame, secondo modalità di fruizione diversificate: 70 reperti, 40 modelli tridimensionali, oltre 100 immagini di repertorio, 22 filmati, 18 siti archeologici, tutto visionabile in circa sei ore di navigazione attraverso schede di approfondimento, immagini e modelli tridimensionali, videoclip, filmati di animazioni e ricostruzioni, carte e mappe geopoliche interattive, immagini satellitari, planimetrie e ricostruzioni dei monumenti.

Un ricostruzione e presentazione, seppur non esaustiva di tutta la civiltà, capace di contribuire alla conoscenza di un patrimonio storico di inestimabile valore.

Un progetto all’avanguardia che certamente diventerà un modello di valorizzazione e fruizione dei beni culturali che il CNR, il maggiore ente pubblico di ricerca italiano, ha realizzato mettendo a disposizione della società civile le proprie competenze tecnologiche, storico e artistiche per una nuova tecnologia di conservazione e fruizione.

L’Istituto per le Tecnologie applicate ai Beni Culturali del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ad esempio, ha realizzato all’interno del Virtual Heritage Lab alcune piattaforme di realtà virtuale per compiere una suggestiva passeggiata nell’Appia Antica a Roma. Sempre a Roma, è stata allestita dai ricercatori una postazione multimediale che consente di effettuare una passeggiata interattiva sull’antica via Flaminia, visitando la Villa di Livia. A Padova, per evitare il deterioramento degli affreschi realizzati da Giotto, è possibile visitare la Cappella degli Scrovegni tramite una grande Sala Multimediale dotata di sette postazioni. A Bologna, invece, la tecnologia del CNR al servizio dei Beni Culturali ha dato vita al "Museo virtuale della Certosa".

Un merito dell’Italia che si pone al servizio dell’umanità intera permettendo di fruire e valorizzare la nostra storia, il nostro passato, quello che eravamo, siamo e saremo.

Nel nome della tutela e della cura.


(G. Faggion)

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venerdì 9 ottobre 2009

Telemaco Signorini, artista internazionale e dandy impegnato

ISSN 1127-4883 BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 9 Ottobre 2009, n. 538
http://www.bta.it/txt/a0/05/bta00538.html

A Padova, fino al 31 gennaio 2010, si può visitare la mostra “Telemaco Signorini e la pittura in Europa”, a cura di Fernando Mazzocca, negli spazi espositivi di Palazzo Zabarella. L’esposizione mette a confronto le opere di Telemaco Signorini - uno dei "Macchiaioli" più noti anche a livello internazionale - con alcuni capolavori di maestri europei del suo tempo, da Degas a Tissot, Decamps, Troyon, Corot, Courbet e Rousseau. Una mostra che celebra l’ormai decennale attività della trecentesca sede espositiva di Palazzo Zabarella con un artista internazionale, unico o quasi, tra i Macchiaioli, a godere, in vita di successo e mercato europeo.

Landscape with a Lake
JEAN-BABTISTE CAMILLE COROT, Landscape with a Lake, 1860-1873, Olio su tela, cm. 53 x 65,5 cm (The State Hermitage Museum, St. Petersburg Photograph, © The State Hermitage Museum).

Telemaco Signorini (1835–1901) esponente di punta dei Macchiaioli tra i più ferventi e dei più “arrabbiati”, protagonista della borghesia toscana ed europea, fu un raffinato intellettuale, artista innovatore e spirito critico della realtà e della società in cui viveva. L’Italia era da poco costituita, la borghesia saliva al potere politico e la seconda rivoluzione industriale era alle porte.

Fiorentino di origine e figlio del vedutista Giovanni Signorini, pittore del Granduca di Toscana, animò quegli anni febbrili dell’arte con una nuova pittura di luce e atmosfera tipica del realismo europeo. È forse l’unico pittore italiano veramente internazionale del suo periodo, un vero spirito cosmopolita, desideroso di confrontarsi e capace di rapportarsi con gli altri intellettuali e artisti.

Pascoli a Castiglioncello
TELEMACO SIGNORINI, Pascoli a Castiglioncello, 1861, olio su cartone, cm. 31 x 76 (Collezione privata, Courtesy Piero Dini).

A Firenze fu un assiduo frequentatore del Caffè Michelangelo, punto di ritrovo di molti giovani artisti dove si scambiavano le loro idee innovative, luogo in cui il critico Diego Martelli coniò il termine Macchiaiolo e dove si fondò il gruppo del movimento artistico che influenzerà anche gli Impressionisti francesi.

Il movimento dei Macchiaioli si è sviluppato a Firenze tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento: rendevano le impressioni che ricevevano dal vero con macchie di colori di chiari e di scuri. Usavano una poetica verista in opposizione al Romanticismo, al Neoclassicismo e al Purismo accademico, dove la luce diventava l’elemento scatenante e innovatore di una rivoluzione artistica che poi coinvolgerà tutte le massime espressioni dell'arte del Novecento.

Signorini frequentava i salotti di molti intellettuali come la poetessa Mary Robinson, Violet Page (Vernon Lee) e quasi certamente John Singer Sargent. Asseduo frequentatore anche della Parigi intellettuale di Troyon, Corot, Zola e Degas con cui partecipa alle più importanti rassegne. Viaggiatore dallo spirito curioso soggiorna in Borgona, Svizzera e in Gran Bretagna. Un raffinato dandy, frequentatore dei salotti à la page, intellettuale snob che preferiva “l’imperfetto dell’ingegno” rispetto al “perfetto della mediocrità”.

Dans un café (L'Absinthe)
EDGAR DEGAS, Dans un café (L'Absinthe), 1875-1876, olio su tela, cm. 92 x 68,5 (Paris, Musée d'Orsay, legs du comte Isaac de Camondo, 1911, © RMN (Musée d'Orsay)/ Hervé Lewandowski).

Di lui dicevano che “non vi è nulla di sacro per quella bocca infernale”, spaziò anche nella poesia e la narrativa con i suoi celebri scritti Caricaturisti e caricature al Caffè Michelangelo in cui riflette e critica l’arte dei Macchiaioli attraverso caricature, e il Zibaldone, dove incollò i ritagli dei propri articoli di critica d'arte con illustrazioni grafiche tratte da giornali del tempo (di suoi quadri, incisioni, acqueforti, vignette), e tracciò di proprio pugno a inchiostro poesie, stornelli, riflessioni autobiografiche, caricature.

Nella mostra patavina Signorini si confronta con i colleghi internazionali senza però perdere forza e capacità: ecco allora una delle maggiori icone dell’Ottocento, L’absinthe di Edgar Degas oggi nella collezione del Musée d’Orsay di Parigi e presentata per la prima volta all’esposizione degli Impressionisti del 1876, è ambientata nella terrace del caffè Nouvelle Athènes, centro d’incontro dei pittori impressionisti, in cui lo scorcio di vita parigina è rappresento attraverso un originale taglio prospettico, con tutta la tensione di un momento di solitudine e alienazione. Oppure l’olio di Jean-Baptiste Camille Corot, Paesaggio sul lago, della collezione dell’ Ermitage di San Pietroburgo, dove un paesaggio come questo, rivissuto nella memoria e interpretato come stato dell’animo, influenzò decisamente Signorini, assiduo frequentatore del suo studio, nel superamento dell’eccessivo realismo della prima fase della “macchia” verso una pittura sfumata e dalle valenze sentimentali. Per Signorini poi, fu molto importante l’amicizia con Coubert che per lui è sempre stato l’ideale dell’artista impegnato a cui ispirarsi nell’affrontare temi di denuncia sociale. In mostra il suo Autoritratto nella prigione di Sainte-Pélagie a Parigi in cui Courbet si autoritrae in modo assolutamente coinvolgente ed originale nella prigione dove fu rinchiuso per sei mesi a causa della sua complicità nella distruzione della colonna Vendôme durante i disordini della Comune di Parigi.

Pascoli a Castiglioncello
TELEMACO SIGNORINI, L'alzaia (particolare), 1864, olio su tela, cm. 54 x 173,2 (Collezione privata, Courtesy Jean Luc Baroni Ltd).

Dai temi tipici del movimento Signorini spesso si isolò per una ricerca improntata maggiormente sui temi sociali e impegnati come nell’opera L’Alzaia del 1864, scelta come emblema della mostra, in cui ci racconta dello sfruttamento dei lavoratori e la vita degli emarginati. Sull’argine (alzaia) dell’Arno, cinque uomini trascinano qualcosa di pesante, forse una chiatta, dove la fatica è percepita grazie alla composizione di luci e ombre. Sono cinque uomini-mulo rappresentati dall’alto verso il basso, con le schiene spezzate dalla fatica nella luce di un sole che non vuole tramontare. Con quest’opera fortissima si “chiude definitivamente la fase sperimentale della macchia. Non si tratta solo di un esempio di pittura di denuncia, ispirata a Courbet, sul tema dello sfruttamento dei lavoratori e della ingiustizia sociale, ma di una grandiosa metafora della vita umana, del dolore e della fatica di vivere. E’ un’immagine che conserva intatta la sua attualità e ci colpisce con la sua violenza espressiva affidata al puro colore” (F. Mazzocca).

La sala delle agitate nell'ospedale di San Bonifazio
TELEMACO SIGNORINI, La sala delle agitate nell'ospedale di San Bonifazio, 1865, olio su tela, cm. 66 x 59 (Venezia, Galleria internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro).

Il suo spirito rivoluzionario e critico emerge anche nell’opera La sala delle agitate nell’ospedale di San Bonifazio del 1865, di proprietà della Galleria internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro di Venezia, comunemente conosciuta come “le Agitate”, che tratta il tema della malattia mentale, la pazzia. L’opera, per il forte taglio prospettico e la violenza del chiaroscuro, suscitò l’ammirazione di Degas ma fu aspramente criticata e turbò molti alla sua prima esposizione perché esercitava spaventose attrazioni “all’abisso”, a detta del commediografo Giuseppe Giocosa (1847–1906). Nell’opera Signorini tratta l’emarginazione dei matti rinchiusi negli ospedali pari a quella dei lavoratori sfruttati e dei carcerati.

Due esempi di come l’arte non è più solo la rappresentazione del bello, ma che è anche denuncia di una realtà spesso dimenticata, un’arte che ha anche un valore politico di accusa e impegno. Da una parte lo sforzo di questi uomini vuole essere una metafora della vita umana, del dolore e della fatica di vivere, mentre dall’altra lo sguardo del pittore si ferma sugli atteggiamenti esasperati delle donne rinchiuse nello stanzone dell’antico manicomio fiorentino, in una atmosfera cupa e opprimente segnata da una luce livida.

Telemaco Signorini pittore, intellettuale e critico, un uomo straordinario che seppe raccontarci con la sua arte, la società e un'epoca.



Scheda tecnica:
TELEMACO SIGNORINI E LA PITTURA IN EUROPA
Padova, Palazzo Zabarella
19 settembre 2009 – 31 gennaio 2010
Palazzo Zabarella
Via S. Francesco, 27
35121 Padova
www.palazzozabarella.it

Catalogo:
Telemaco Signorini e la pittura in Europa (a cura di Giuliano Matteucci, Fernando Mazzocca, Carlo Sisi)
Marsilio editori
formato cm 24 x 29, pp. 268 con 126 ill. a col e 40 b/n
anno 2009
ISBN: 978-88-317-9840-2

Foto cortesia Studio Esseci, Padova