venerdì 24 luglio 2009

Il cammino italiano verso l'autodistruzione

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Sul numero di giugno de Il Giornale del'Arte si trova pubblicata una conversazione tra Salvatore Settis e Giulia Maria Crespi ai quali è stato chiesto di delineare il quadro attuale del patrimonio artistico e ambientale italiano. La loro prospettiva pone in evidenza condizioni allarmanti: crisi dei valori, crisi della cultura, crisi della volontà politica e crisi della consapevolezza. Non ci rendiamo conto (o non vogliamo accorgerci) del cammino intrapreso e della perdita a cui stiamo andando incontro. Mai come oggi si sente il bisogno di riflettere e di rivedere il nostro modello di sviluppo sociale e culturale in conseguenza alla crisi del sistema economico. Un esempio che dovrebbe far riflettere, e che allerta, è l'aumento di patologie fisiche e psichiche legate al disagio ambientale: disagio in senso stretto, ma anche disagio che deriva dalla perdita di valori e identità, anche culturali, che innescano elementi di stress e patologie.

La visione che abbiamo dello sviluppo è distorta: è una corsa forsennata, incondizionata; una ricerca continua di benessere che porta a costruire sempre di più, a volere sempre di più, a non essere mai sazi, diventando incapaci di godere delle bellezze che poco a poco distruggiamo. Il nostro patrimonio artistico e ambientale è in continuo pericolo a causa del degrado, della non curanza, del brutto che ci invade e assale. Le periferie perdono identità, perdono valore e si omologano secondo i canoni moderni del costruire in modo frenetico e indiscriminato (e spesso senza un minimo di decoro e onore, e in assenza di un progetto più ampio e complessivo). E' necessario ripensare e intraprendere modelli di sviluppo, o esplorare nuove teorie, che tengano conto anche di elementi immateriali, individuali, culturali prima non considerati per raggiungere un nuovo modello di sviluppo e di globalizzazione.

Temi come la tutela del patrimonio artistico e ambientale, specie in Italia dove questi valori sono nati, sono elementi che possono contribuire a dare un nuovo senso all'esistenza e alla vita degli individui. Elementi diversi nel tempo hanno perso valore e altri si sono combinati insieme creando nuove e pericolose relazioni. La combinazione tra nuove tecnologie costruttive e crescita del benessere ha portato allo sfruttamento indiscriminato del territorio senza considerare il rapporto umano e spaziale che si andava perdendo.

Serve una maggiore consapevolezza da parte di tutti: l'urgenza non è quella di fermare lo sviluppo e la costruzione, ma di riflettere sull'utilizzo e la necessità di edificare in continuazione, senza una logica di fondo ma unicamente per evidenti interessi economici. Meglio sarebbe incanalare questi interessi verso una ricostruzione e riqualificazione di quello che già è stato costruito, anche in termini di sicurezza e immagine, per recuperare quei valori che un tempo erano alla base della costruzione, vale a dire l'armonia, la sicurezza e la durabilità.

L'attuale modello produttivo ci porta in continuazione a creare, vendere e acquistare in tutti gli ambiti e in tutti i contesti dell'esistenza, senza considerare la disponibilità limitata delle risorse per gli individui di oggi e per quelli che verranno dopo di noi. Ne scaturisce una necessità improrogabile a produrre, consumare e disfarci delle cose senza pensare che queste possono vivere una seconda vita, che possono godere di una seconda chance proprio grazie al riutilizzo e all'adattamento in altri contesti, o ancora possono essere create per resistere all'usura del tempo.

Il consumismo ha determinato una perdita di valore delle cose proprio per la loro massiccia disponibilità e sovrabbondanza. Se oggi è solo l'interesse economico a far muovere gli ingranaggi del sistema e la sua complessità, allora è necessario considerare che anche il riutilizzo, la riqualificazione del fatiscente, del non sicuro e la sostenibilità producono e smuovono economie; anche la messa in sicurezza del sistema può diventare un momento di produzione di reddito e di produttività. Occorre ritrasmettere i valori culturali che abbiamo dimenticato, combinati con l'idea di cittadinanza e appartenenza e salvaguardare l'interesse di tutti noi ora, cittadini del presente, e di quelli che verranno dopo di noi.

In tutti noi c'è il potenziale per cambiare noi stessi e il mondo e, riprendendo il motto più famoso dell'artista Joseph Beuys, "la rivoluzione siamo noi": basta imparare a sfruttare l'energia che scorre attraverso ogni essere umano, nel bello e nella natura e riappropiarsi del nostro patrimonio prima che venga distrutto o dimenticato.


Note:

"Salvatore Settis e Giulia Maria Crespi: così l'Italia si autodistrugge" in Il Giornale dell'Arte, 2009, anno XXVII, n. 288, giugno, pp.1, 8-11, Umberto Allemandi, Torino.

Salvatore Settis archeologo, direttore della Scuola Normale di Pisa, editorialista de La Repubblica e tutore del nostro patrimonio artistico.

Giulia Maria Crespi, fondatrice del FAI, Fondo per l'Ambiente Italiano e discendente della famiglia di industriali tessili milanesi, già proprietari del Corriere della Sera.

Joseph Beuys (1921-1986), artista e intellettuale europeo, fu tra i fondatori del partito dei verdi in Germania, rimane il maggiore esempio di come la figura dell'artista sia cambiata nella seconda metà del Novecento, arrivando a fondere e confondere la vita privata, opere impegno politico, sociale e civile con azioni parole, opere fotografie, lezioni, discorsi e ricordi.